La Nociata. In ricordo dell’uomo di Liegi

nociata

Per un certo periodo ho lavorato a Bruxelles. Un giorno, nel 1996, presi l’auto e mi diressi verso Liegi, per cercare di incontrare Franco Rasetti, il celebre scienziato di via Panisperna che preferì le farfalle alla bomba atomica. Rasetti era già molto anziano, avevo fatto alcune ricerche al telefono -allora non c’era Wikipedia- e avevo saputo che era ospite di una casa di riposo per anziani. In realtà, Rasetti non riuscii a trovarlo; morì a cento anni, nel 2001, a Waremme, credo in quella stessa casa di riposo che inutilmente provai a trovare.
Nel breve viaggio dalla capitale belga alla Vallonia, incontrai, a Liegi, un italiano, o meglio un signore belga di origini italiane. Era tarda mattina e io mi fermai in un bar per bere qualcosa e chiedere informazioni stradali. Non ho mai avuto dimestichezza con le lingue straniere e così pensai di essere fortunato a imbattermi in una persona che parlava italiano come me.
L’uomo non sapeva nulla di Rasetti né dei ‘ragazzi di via Panisperna’, ma mi raccontò una storia legata ai suoi ricordi di ragazzo. Era seduto in uno di quei caffè con seggiole e tavolini in stile liberty, all’aperto. Il cielo belga era grigio come sempre, ma non pioveva e così mi sedetti, presi un caffè e mi misi a chiacchierare con lui. Era umbro e quando apprese che io ero marchigiano di Fano, mi considerò alla stregua d’un suo concittadino e volle offrirmi il caffè.
Era partito per il Belgio nel dopoguerra, alcuni suoi parenti erano già emigrati e cominciò a lavorare come cameriere. Aveva fatto fortuna e aveva aperto un ristorante italiano che poi aveva rivenduto, poiché non aveva figli e lui era troppo vecchio per continuare a gestirlo.
La storia che ascoltai doveva essere accaduta prima della seconda guerra mondiale, forse tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta del secolo scorso, perché l’uomo era già avanti con l’età e a me sembrò vicino agli ottanta.
Sua madre, mi raccontò, era morta nel darlo alla luce. Era figlio unico, il padre non si risposò mai e lo crebbe con l’aiuto d’una sorella che abitava nella casa a fianco. Quando compì dieci anni, andò a lavorare nella bottega di fabbro del babbo. La dura vita che faceva, senza studi, con poco cibo e molto lavoro, non era per lui: quel ragazzino umbro si immaginava ricco e con una casa lussuosa e una tavola sempre imbandita. Mi rivelò che quasi ogni notte sognava tavole piene di ogni ben di Dio, prosciutti, salami, pane, uva, torte, grandi zuppiere di brodo caldo…
Aveva sempre fame e raramente riusciva a saziarla, forse per questo, mi disse, sin da bambino aveva sognato di fare il cuoco, così da poter mangiare ogni volta che ne aveva voglia.
Quando aveva tredici anni conobbe Antinisca, una ragazza che aveva più o meno la sua età. Egli se ne innamorò subito.
Antinisca era anch’ella di modeste condizioni, ma comunque superiori rispetto a quelle del mio improvvisato amico di Liegi, di cui peraltro non ricordo il nome. Sta di fatto che i due condividevano, come si dice, una simpatia reciproca, fatta di sguardi furtivi, di sorrisi imbarazzati, di saluti a mezza bocca.
Si incontravano per le strade del paese o la domenica a messa oppure quando il babbo di Antinisca si recava alla bottega e la figlia lo accompagnava. Un giorno la incontrò da sola, mentre lei rientrava a casa con una borsa colma d’erba di campo e lui l’aiutò a portarla fin sull’uscio dell’abitazione della ragazza; un’altra volta riuscì a trovare il coraggio di giocare con lei alla corsa.
Si sentiva bene quando la vedeva e si chiese se Antinisca avrebbe mai sposato un fabbro. Il padre della ragazza la risposta ce l’aveva molto chiara e, dopo essersi accorto che la figlia guardava un po’ troppo quel giovane, si recò dal fabbro per dire che la liaison doveva finire immediatamente.
“Mio padre -mi disse quel signore seduto in un caffè a Liegi- mi battette con la cintura: io e Antinisca non c’eravamo neanche scambiati un bacio o una carezza, ma era come se io avessi provato a farle chissà cosa. Rischiava di svergognarsi e così le dovevo stare lontano”.
Arrivò Natale e il segno della festa erano i dolcetti che le famiglie preparavano per l’occasione, ma a casa sua anche Natale era periodo di magra.
Quell’uomo che avevo di fronte, fece una pausa. Stava parlando con me, in quel giorno del 1996, ma era come se quel che mi diceva stesse accadendo per lui in quell’istante. La vigilia di Natale sentì bussare alla porta. Andò ad aprire e si trovò davanti Antinisca. Lei allungò le braccia e gli consegnò un paniere. Non si dissero nulla, lui prese il paniere, continuando a fissare quegli occhi castani, quel viso sorridente, quei capelli raccolti in una lunga treccia. Lei si avvicinò e con le labbra gli sfiorò la guancia, poi si voltò e corse via.
Lui chiuse la porta e rientrò in casa. Aprì il paniere e lo trovò pieno di pezzi di nociata ancora calda, un dolce tipico di quella zona dell’Umbria. Ne mangiò uno, e mentre il calore del cibo lo riempiva di entusiasmo, promise a stesso che sarebbero fuggiti insieme, lui e Antinisca. Non aveva molto da offrirle ma possedeva i sogni di un adolescente e questo era già abbastanza per cambiare la vita. Tuttavia non ebbe mai modo di chiederglielo: non riuscì più a rivederla. Di lì a poco Antinisca venne mandata in un sanatorio e morì di tubercolosi, a quattordici o quindici anni.
Fece una pausa, e io, non so perché, non trovai il coraggio di guardarlo in viso.
“A volte immagino -mi disse quell’uomo coi capelli bianchi- che possa ritornare, magari a Natale, per la nociata. A proposito lo immagina qual era il dolce che offrivo a tutti gli ospiti del mio ristorante durante le feste?”. Alzai la testa e lo guardai: aveva gli occhi lucidi e un sorriso infelice.

 

Nociata: ingredienti

La nociata ha pochi ed essenziali ingredienti:

Miele

Noci tritate (in quantità doppia del miele: 1 chilo di miele, due chili di noci)

Foglie d’alloro.

 

Nociata: preparazione

La prima operazione per una buona nociata è quella di lasciare sciogliere il miele in una casseruola, a fuoco basso, mescolando continuamente con un cucchiaio di legno. Il miele va mescolato a lungo, per circa mezz’ora.

Puoi capire se è pronto in questo modo: prendi un recipiente, ad esempio un piatto, e versaci un bicchiere d’acqua fredda, poi con un cucchiaino prendi un po’ di miele e mettilo nell’acqua. Se si stacca e galleggia, è pronto.

Quando è pronto il miele, puoi aggiungerci le noci tritate, sempre continuando a mescolare senza mai fermarti.

A questo punto devi farti aiutare da qualcuno, perché occorre bagnare d’acqua o spalmare con un leggerissimo strato d’olio un piano di legno o di marmo o un ampio tagliere in legno dove si verserà il composto di miele e noci.

Quando il composto è dorato, toglilo dal fuoco e stendilo con una spatola o un mattarello, anch’essi bagnati.

Con un coltello affilato e bagnato, taglia la nociata a rombi e sopra e sotto ogni pezzo metti una foglia d’alloro.

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